Tra le poche (purtroppo) notizie che si trovano in rete, in merito alla “Topa di Capannori”, abbiamo selezionato questo articolo di ispirate considerazioni, a firma del Prof. Ettore Borzacchini, pubblicata sul quotidiano toscano “Il Tirreno” un po' di tempo fa, in occasione dell'uscita del volume “La Topa di Capannori”(Edizioni Biagini, Lucca agosto 2005) terzo romanzo di Domenico Riccio (tra l'altro ex vicesindaco di Lucca) con una introduzione scritta da Altero Matteoli
La riscoperta della “topa di Capannori” si deve alla ricerca appassionata e tenace di uno scrittore, Domenico Riccio, lucchese di adozione, il quale affascianato da questa espressione di cui si stava perdendo l’uso e la memoria, le ha dedicato non solo un pregevole romanzo, La topa di Capannori, Biagini 2005, ma ne ha ricostruito il significato e recuperato la gustosa immagine, attraverso un’indagine che tra l’altro ha il merito di collegare la dispersa cultura del popolo degli emigrati dalla terra lucchese, con testimonianze pressoché dimenticate di valenti storici del costume locale.
Se della topa di Capannori infatti ancor se ne parla, allegoricamente, nelle veglie dei vecchi pionieri lucchesi in California, si è dovuto faticar non poco per sapere cos’è, cos’era veramente e andarla a ritrovare in questa plaga della Toscana, dove nel tanto - dal Borzacchini - amato linguaggio di basso registro la topa occupa un posto di tutto rispetto definendo, come più volte da noi trattato, il complesso e gradevole panorama dell’organo genitale femminile, così come ce lo ha tramandato la più antica tradizione orale de’ nostri antenati che furono contemporanei del Boccaccio, del Poliziano, del Machiavelli; “…ah, “topa”, dolce e morbido lemma, magico evocatore di segreti pelami intravisti tra la coscia e il corpo…” (cfr.: Schwarzkopfen e Bartholdy, La topa, culto e miscredenza presso i popoli primitivi della Toscana costiera, Loreto 1964).
Si è appurato così che la “topa di Capannori” altro non era che un mascherone scolpito in legno, applicato all’orologio della chiesa principale del comune di Capannori, territorio eminente del vasto demanio paleodemocristiano della piana di Lucca, la qual icona con un ingegnoso meccanismo apriva e chiudeva la bocca dalle grandi e carnose labbra al batter dell’ore, e presumibilmente raffigurava una divinità pagana, Cronos, a rammentare alle genti l’ineluttabile divorar del tempo i destini dei mortali.
Terribile doveva essere l’effetto e di qualche jattura considerato quell’aggeggio, se ad esso fu affibbiato, dalla fantasia popolare e con apotropaico intento il nome di “topa”, un po’ forse per la forma di quella bocca e un po’ per esorcizzarne con un’immagine di arguta e irriverente fantasia i possibili malauguri. Per molto tempo e gloriosamente troneggiante sul campanile essa doventò luogo comune (tòpos quindi, oltre che topa - Crepet) d’identità del paese e si trasferì nel lessico comune a indicarne alcunché di rimarchevole e altamente rappresentativo, tanto che lo stesso Giacomo Puccini in almeno due lettere familiari fa ad essa riferimento come paradigma di grandezza e di profondità.
Non resta da dire altro che attualmente il mascherone è conservato con cura amorevole nella sacrestia e che si è formato un movimento d’opinione, non scevro da capziose polemiche politiche, inteso alla sua ricollocazione sul campanile; chi trova riduttivo se non lesivo dell’immagine di Capannori assurger di bel nuovo al titolo di “paese della topa” evidentemente trascura i vantaggi anche economici e vivaddio culturali derivanti da una D.O.C. di questo genere nel quadro dell’apprezzamento del prodotto europeo a fronte delle dilaganti imitazioni del mercato asiatico
Prof. Ettore Borzacchini
(da Il Tirreno del 5 ottobre 2005 - Rubrica: Spettacoli e cultura)