Il lunedì mi' ma' le rifaceva
insieme al lesso che c'era avvanzato,
io mi riordo mi' padre che diceva :
"un le lasciate nel piatto che è peccato"
Il martedì èrin lesse e pò condite
così con l'olio o con il latte e buro ,
io brontolavo ('un mi son mai piaciute)
l'avrei volute appiccicà nel muro .
Il mercole però erino fritte
e io per prima..." o mà quante ne tocca ...?"
Ma le metteva mano alle ciabatte,
"hai l'occhi che èn più grandi della bocca".
Il giovedì toccava alle polpette,
patate, ova cacio e peporino,
mi' pà diceva" 'un le mangiate stiette,
mangiate il pane e fatene abbicino".
Il venerdì c'èra la frittata,
era mi' mà che la faceva a fette,
ma la sù mano da tutti era guidata,
dovevin esse uguali tutte e sette.
Il sabato mattina dopo il pane,
c'era la teglia pronta per il forno,
venivin' da leccà anco il tegame,
da dinni "io saravero ci ritorno".
E la domenica fra urli ed orazioni,
mi' mà si divertiva a fà gli gnocchi,
con quelle mani un pò dentro i pastoni,
e un popò all'aria per ispartì gli stiocchi .
Di giorno, di sera, d'inverno e anco d'estate,
ero diventa una patata anch'io ...
"che c'è di bono mà.....?" "e rièn patate"
"anc'oggi...?" E mi' pà "ringrazia Dio".
di Loretta Caselli
Dal "mitico" Gavorchio, una descrizione della spremitura a freddo delle olive con foto e versi in vernacolo. Una chicca!
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